#00 Videogame for dummies: AM vi presenta il Dr. Klaude! - { A Serious Man }
Dr. Klaude, Lunedì 25 Gennaio 2010 @ 12:47

Di videogiochi scrivono in molti, con diverse competenze. Io, per fare un esempio partendo dal basso. Ma anche, e soprattutto, redattori, solutori, columnist, trend setter, giornalisti di costume, giornalisti e basta, giornalai e parolai. Per fortuna non Alberoni. Purtroppo perfino il Perfo. C’è però un’altra categoria che ha recentemente intensificato il proprio interesse per il medium videoludico. Si tratta degli accademici. La cosa non sorprende, e se lo fa è per il ritardo con cui la frangia nerdica universitaria mondiale ha trovato il modo di giustificare le lunghe sessioni notturne a WoW ricavandone pubblicazioni e benefici.

Eppure la strada era già stata tracciata da Turing nel 1953 con un articolo dal titolo “Digital computer applied to games”, a cui tuttavia non ne seguirono molti altri. Nemmeno la soluzione della difficilissima avventura testuale Enigma della tedesca Wehrmacht gli valse infatti un riconoscimento in grado di risollevare la sua immagine distrutta dalla passione per i giochini (e altre abitudini al tempo ancora poco accettate). Da allora i videogiochi si sono diffusi per i laboratori universitari, dando vita a una laboriosa generazione di nerd autistici. Questi tuttavia hanno a lungo preferito sfruttare le conoscenze acquisite nei laboratori pubblici per accumulare milioni di dollari in grado di finanziare la propria insana smania di conquistare il mondo. Riuscendoci.
La seconda vita degli studi accademici sui giochi digitali ha dovuto così attendere lo scoppio della bolla della new economy e il conseguente tracollo delle speranze di arricchimento di migliaia di tecnici di laboratorio.

Oggi la produzione di paper e pamphlet sugli aspetti più disparati del videogioco è sdoganata. La psicologia si occupa degli effetti della violenza negli shooter, scoprendo tra l’altro che questo studio può fruttare parecchi soldi in periodiche ospitate mediatiche e decidendo dunque di farsi i cazzi propri e non divulgare gli sconvolgenti risultati (riassumibili nel titolo del saggio clandestinamente diffuso tra le aule universitarie Hitler non ha mai giocato a CoD). La categoria dei sociologi non si è poi fatta trovare impreparata. Abituati da decenni a ottenere finanziamenti dagli atenei per vistare gli stadi di mezza Europa con la scusa dello studio dei rituali del tifo organizzato o a spacciare l’insana passione per le televendite di croste su tela a tarda notte come etnografia del mercato dell’arte, non gli è infine parso vero di poter ammutolire i figli piagnucolanti in attesa del pad con un solenne “Zitto, non vedi che papà sta lavorando?”. La categoria che pare aver preso più sul serio la questione è quella degli economisti. Diciamocelo, a paragone dei colleghi psicologi o sociologi, trattare più seriamente una tematica non è compito arduo. Basta non dare tutte le colpe a un pisello piccolo o ridurre ogni avvenimento a un comportamento simulativo dal significato simbolico. Come prendono sul serio le cose gli economisti, però, non le prende nessuno.

Il fatto sorprendente è che dalla lettura dei paper che trattano di videogiochi dal punto di vista economico emergono spiegazioni razionali a ciò che un videogiocatore sa da sempre, conoscenze acquisite attraverso lo scambio elettrico coi joypad. Ancor più sorprendente è che alcuni di questi possano essere letture piacevoli e non noiosi mattoni colmi di formule. Il trucco c’è però, e basta leggere le intestazioni per scoprirlo: gli economisti non scrivono nulla di interessante da soli. Prendiamo il primo testo di cui parlerò: Industry Evolution and cross-sectoral skill transfers: a comparative analysis of the video game industry in Japan, the United States, and the United Kingdom. Il trucco si svela subito leggendo le qualifiche degli autori, Hiro Izushi (Economics and Strategy Group) e Yuko Aoyama (Graduate School of Geography): c’è lo zampino di un geografo mattacchione, che deve essersi divertito un monte ad alterare la pomposa seriosità della prima stesura del suo collega economista.

Come dicevo è dunque possibile dare delle risposte scientifiche, non me ne voglia Cartesio per l’uso del termine, a domande che vagano nella mente dei videogiocatori. Ma quali sarebbero queste domande? Proviamo con una sempre d’attualità: perché il peggior disadattato occidentale in Giappone sarebbe una persona normale e ciò che è da disadattati per un giapponese esula dalla concezione di moralità umana? (sottotitolo: perché i giochini non sono considerati roba da nerd in Giappone?).
In aggiunta: come ha influito la castità delle ragazze mormoni sull’industria del videogioco americana? (Indizio: Nolan Bushnell chi?)
E lo sapevate che gli inglesi erano i polacchi del vecchio millennio?
Se a qualcuno interessano, le risposte arriveranno nella prossima puntata di A Serious Man, sempre a cura del vostro Dr. Klaude.


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