La caverna di Platone senza gabbia né manette - { Quando sono venuto al mondo i Lynyrd Skynyrd precipitavano in aereo }
ginko, Mercoledì 29 Ottobre 2008 @ 16:45

Interpreti del mondo. Aspiranti giornalisti, recensori, pubblicisti, iscritti all’ordine, veterani, opinionisti e galli da talk show. Alcuni promossi ad honorem, altri costretti a pagarsi da soli uno stipendio per entrare nell’ordine, qualcuno costretto dall’audience a cambiare opinione più velocemente dei politici a cui dovrebbero dare voce. Interpreti dicevo. E’ questa infatti la definizione allargata di un’attività indecifrabile, definizione che compare qua e la in autoproposizioni, manifesti dell’ordine e che persino la legge, in una certa misura, ha accettato. In effetti, se etica e coscienza critica fossero valori prevalenti, potrebbero essere proprio questo. Interpreti. Le voci narranti che dispiegano una realtà relativa di interesse pubblico. Soggetti che pubblicano. Pubblicisti insomma, nella forma più disinteressata e lontana dal giornalismo odierno che è strutturazione di pubblicisti, snaturazione di pubblicazione. Una forma che accetta blogger, redattori, sociologi, scienziati come soggetti informati informanti. Una forma che dovrebbe svincolarsi dalla fornitura meccanica di infomazioni sotto forma di ANSA, REUTER, copie promozionali e press tour. Fattori fondamentali dell’informazione pubblica e pubblicitaria ma che dovrebbero essere semplici tasselli di un quadro in grado di porre le informazioni al centro del dibattito e non far dipendere il dibattito dalle sole informazioni strutturate.

Purtroppo accade l’esatto contrario. Gli screenshot, le demo, le copie sfuggite all’attenzione e le speculazioni sono ricondotte al quadro strutturale. Elementi utilizzati per controbattere o avvallare le informazioni fornite da chi produce gli oggetti in esame. Il mercato delle idee da valorizzazione oggettivante diventa vittima dei giochi identitari. Il soggetto non si forma un’opinione e partendo da quella giudica ciò che gli viene proposto. Il soggetto prende un’opinione prefabbricata, forte e condivisibile e sulla base di questa struttura le opinioni successive. Nonostante ciò qualcuno sostiene che l’opinione dei media in clima elettorale, economico, energetico o sociale non sposta più di tanto l’ago della bilancia. Devo dire che mi trovo d’accordo, soprattutto se è un modo per sottolineare che le persone hanno una loro responsabilità oggettiva nell’informarsi e nel formarsi un’orientamento politico, sociale o semplicemente relazionale. Ma per essere integralmente onesti è necessario aggiungere un dettaglio alla tesi dei media ininfluenti, perchè se è vero che dati due poli l’opinione dei gruppi, una volta formata, non saltella come un politico che non ha ben capito come imitare (un) Grillo, è anche vero che i media definiscono, creano, plasmano e popolano di personaggi questi due poli. Da interpreti diventano imbuti dotati di filtro arbitrario che concentra e muta la realtà e che spesso, proprio per questo loro potere, si integrano alla perfezione con le regole di un mercato che per vendere non deve più proporre ma convincere. Questa è la potenza dell’influenza dei mass media, sempre tenendo conto l’esistenza di una responsabilità popolare oggettiva e l’accettazione della realtà mediatica come una realtà oggettiva al pari dei racconti mirabolanti di un nonno chiamato Munchausen.

Ed ecco che nelle discussioni si parte dal 30% di potenza aggiuntiva PS3, dal fatto che i controlli intuitivi sono più genuini e in grado di stimolare la fantasia, da verità imposte come quella, ridicola, che vede il giudizio di massa imporsi sul giudizio di pochi. Jefferson, Thomas, era d’accordo con questa tesi, certo parlando di democrazia e con la convinzione che il dialogo emancipativo fosse di interesse comune. Forse se avesse visto con i suoi occhi la recente crisi economica non ne sarebbe stato tanto sicuro. La pubblicità ha mostrato i suoi buchi in termini numerici e d’improvvisto tutti quanti si sono accorti che la voce petrolio su un registro non vale quanto un barile di petrolio messo in cantina, per lo meno finchè l’uomo avrà bisogno di cibo per campare e di materia tangibile per riempire il vuoto dell’angoscia, concetto astratto che torce le budella in maniera decisamente poco astratta. Ed eccoci al punto della questione. Se a malapena morte e fame riescono a risvegliare per pochi attimi la coscienza comune, com’è possibile combattere il gap immaginifico creato dalla pubblicità laddove il prodotto culturale stesso è composto da pixel codificabili in stringhe numeriche che su carta non hanno alcun senso. Laddove la rilevanza dell’oggetto culturale è continuamente sminuita dalla massa che chiede soddisfazione subitanea di velleità identitarie, chiede soluzioni per l’angoscia, passatempi, chiede che Fallout 3 sia censurato perchè veder morire i bambini è troppo pesante, in un videogioco, quando questo accade nella realtà e comunque tutti cercano disperatamente di non vedere.

Il sentire comune potrebbe ritenere eccessivo chiedere crudezza e pensiero nei videogiochi. Alcuni propugnatori del pensiero comune agiscono in buona fede. La maggiorparte chiede l’eliminazione della crudezza dai telegiornali. Chiede la censura. Chiede persino le donnine svestite che ormai sono al centro del dibattito familiare, da mamma a nonna che giudica sprezzante la minigonna impudica ma è ben contenta di non vedere quel brutto tg pieno di brutte notizie. Esseri che pur di non vedere il mondo come realmente è chiedono distrazioni, chiedono contenuti poveri, si pronunciano con frasi offensive come “già il mondo è violento, perchè dovrei volere la violenza nei videogiochi”, buttano li stronzate come “penso tutto il giorno, quando sono a casa voglio cose che mi rilassino, che non mi facciano pensare”. Accettando quanto sopra diventa facile identificare gli elementi che fanno di questo pubblico una facile preda degli spot, vittima delle datasheet che determinano l’età adatta per giocare a un videogioco e lo fanno ben al di sopra dei 14 anni, indicando anche l’età massima di ogni target, in modo da dare al pubblico ciò che vuole: la fruizione senza informazione, la sperimentazione di esperienze precotte che non richiedano alcuna fatica nemmeno all’atto dell’acquisto. Frasi che sentiamo tutti i giorni, talvolta ci balzano anche in mente, ma poco dopo dovremmo chiederci perchè l’atto del pensare ci fa male, perchè la malinconia dovrebbe essere negativa, perchè l’arte crepuscolare dovrebbe essere negata quando racconta la potenza di una breve vita destinata a spegnersi e che può esperire in maniera viscerale di un mondo che non è né buono né cattivo, è semplicemente il mondo, è semplicemente tutto quello che abbiamo.
Già, la formula per dare valore a una striscia di testo in un videogioco è la stessa che vale per la letteratura dimenticata, per i testi che hanno formato il pensiero moderno, persino quello arabo, una formula che consente di comprendere quanto i testi universitari facciano schifo, quali politici sono frutto di un semplice lavoro di immagine, quante idee e quante morali siano frutto dei tentativi di rassicurare e tranquillizzare noi, mucche che accettiamo una pacca sulla spalla pur di stare bene cinque minuti. Una formula, insomma, in grado di tradurre in evidenze quanto del nostro immaginario è creato dalle pubblicazioni che ci hanno fatto sentire meglio, anche solo per un attimo. Questa formula si chiama coraggio, ma è una formula che funziona solo per un attimo, sono nel momento in cui un soggetto scrive qualcosa, ma quel qualcosa non sarà pienamente compreso e che quindi perderà di valore nell’esatto istante in cui il pubblico lo giudicherà non negativamente ma poco interessante.

Una delle soluzioni è quindi l’informazione sovrastrutturata, tanto robusta da resistere agli attacchi di chi è sotto i riflettori, di chi produce gli oggetti che saranno giudicati, e da risultare incontestabile e coerente ai fruitori che leggono un determinato articolo o guardano un servizio. L’informazione semplice e neutra è l’unica in grado di staccarsi dal gioco delle identità e in grado di fornire informazioni precise su un determinato prodotto, oggetto o fenomeno. Talvolta, come nel caso dei network videoludici americani, la ricerca di neutralità si scontra con l’audience che vuole si informazioni affidabili ma cerca anomalie per spezzare la routine e provare qualche emozione. Ed ecco nascere le figure del recensore contestatore, del newser schizofrenico e del Letterman informatico. Comode valvole, utili attention whores che sono effettivamente in grado di riportare l’attenzione sull’importanza di un giudizio oggettivo, rifiutato nel mondo reale, ma per fortuna ancora ricercato in quello culturale dove la negazione delle emozioni, il costo smisurato e il tifo da stadio, o meglio da parlamento, sono ancora note stonate. In altri casi, quelli  migliori, l’eccessiva strutturazione causa la perdita di partecipazione, perde connotazione soggettiva nella ricerca di oggettività e rischia di trascurare un inevitabile presupposto: il giudizio di un oggetto, gioco, titolo o film è un atto soggettivo, di un singolo, che applica un determinato sistema di valori. In questo caso essere oggettivi significa esternare la soggettività ed è una forma di onestà piuttosto valida ai fini del dibattito. Sempre che il dibattito sia considerato un obiettivo importante.


2 commenti a “La caverna di Platone senza gabbia né manette”

  1. LPf

    Argomento sconfinato, quante volte ho provato a batterci sbagliando luoghi e tempi, secondo una caratteristica costante della mia vita, ma sopratutto facendo un errore di valutazione macroscopico capito solo in vecchiaia: sopravvalutandomi troppo. Poi, si, il libro magari è più al riparo ma giusto perché leggere è più faticoso che guardare un film o giocare a un giochino, quindi lo fanno in meno, altrimenti sarebbe nel medesimo calderone. E son calderoni dai quali non levi le gambe, comunque ti poni o la poni, ma che la mancanza di onestà dia più fastidio del bambinismo è troppo vero.

  2. ginko

    non sopravvalutare il club del libro, Faletti è spacciato per buono, la fantascienza lasciata a morire e McCarty se lo filano giusto i Cohen

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